Imbrunire quando decide di andare.
Imbrunire che ha ceduto il posto alla sera quando decide che la Chiave deve pur domandare alla Custode se vuole entrare.
Imbrunire scalzato dolcemente dalla notte, notte stellata, notte fatta quando infila la chiave nel portone, quando finalmente varca la soglia della Gesetta.
Luce fioca di candele decide di usare, luce di candele votive per cercare: non è peccare risvegliare quella luce… Solo i muri vuole guardare, solo i muri con gli occhi vuole origliare.
Bianca calce or li ricopre, strato su strato, mano dopo mano: calce per i muri, calce per le stalle, calce per la peste, calce per cancellare ciò che quelle mani nervose eppur meste di certo leste indecenti figure un tempo vi avean tracciato senza da alcuno prima esser viste.
Solo bianca calce ora si vede, solo bianca calce alla fioca luce di candele votive ora esiste. Siede su di una sedia al centro posata, le spalle all’altare: ci vuole pur un poco di pudore se certe figure si vuole con lo sguardo rubare. Invisibili certo ma presenti comunque per chi la storia conosce, i muri le proteggono, il tempo le custodisce: visioni impure da dimenticare, forse chiudendo gli occhi ancora si possono origliare.
Vi è un molinaro nudo che cavalca un asino… Rossi vinosi e verdi giada, rosa, grigi, quasi resine ed erbe bruciate… Oro corrusco, rosso. Un manto rosa, da un lato una minuscola crocifissione blu, un rosso papavero nel blu opaco delle bacche di ginepro, occhi incastonati in un teschio nella luce algida di un mattino d’inverno. Appena sotto si legge: “… la Morte sonando la Musa dice: venite a me a ballare che questa è la mia danza…” e va facendo ridere chi la mira.
Un’altra Morte cavalca una vacca… Un interno, forse una cucina, lampi d’imbrunire d’autunno… Una tovaglia bianca di brina, fine oro brunito di legno consunto, fine azzurro, azzurro di fiori minuti, fiori di non ti scordar di me… Grigi e azzurri lattiginosi, profumati di latte appena munto, colori duttili su fondi bruni. Vi è dipinta una vecchia nuda a testa in giù… Luce intatta e lunare, il colore del latte rappreso, terre bruciate per le carni, rossi e gialli, verdi teneri e bianchi e indaco; una veste solida in rosso cupo, pastrano azzurro consunto con risvolti a piombo, panneggi di un arancione intenso contro la finestra rosa ed un gran mazzo di gigli bianchi al fianco di una figura senza occhi, come legno slavato.
D’improvviso un girandolare come una vertigine: velluto nero tra il verde acido di mele acerbe, rossi intensi e viola prugna, gialli, blu e ancora verdi… Panni di ocra ossidato, calzamaglia rosso bruno come sangue rappreso e scarpette verdi come foglie di menta… Ombre scheletriche di grigi trasparenti sotto carni rattrappite di ocra arroventati… Rosa e verdi e rossi e risvolti blu e grigi, un prevalere di verdi teneri e gialli acuti come ginestre infuocate,… viola teneri e verdi cupi, rossi come la terra d’autunno, gialli come polenta che ribolle nel paiolo, neri come carbone e bianchi di neve abbacinante…bianchi ancora di calce viva, fiamme rosso – bruno si fondono in un non colore cupo, neri bluastri come pustole e rossi come le bacche di rosa canina, ocra urlanti, violetto, argento, rosso di carni rafferme e gialli impazziti.
Notte fonda quando dalla sedia si lascia alzare.
Notte fonda quando s’accorge che le candele votive han cessato il loro illuminare.
Notte fonda quando decide che giunto è il tempo d’andare.